Riportando tutto a casa

il fuoco e la neve

Storia breve di patate, neve, silenzio e la solitudine del chirurgo.


Mi sono trasferito da pochi giorni nella nuova casa. Piccola, fatta di pietra e legno, isolata ma non quanto vorrei. È già tanto, le montagne le abiterò in pensione, ora non posso.

Non ho ancora comprato la TV, la 4G non prende, la Telecom non ha fatto gli allacci del telefono, non ho mai avuto una radio se non in macchina.

Mi ritrovo quindi a sperimentare la cucina del silenzio. Che poi alla fine silenzio non è, sono invece suoni dimenticati, troppo tenui per accorgersene nel nostro mondo iperconnesso.

Pelo le patate, esagero sempre e ne faccio troppe, scroscia l’acqua nella pentola, tic tic accendo il fornello. L’acqua piano piano sobbolle, e le patate cozzano tra loro, come un balletto lento. Ungo il fondo della mia nuova casseruola di coccio, due spicchi d’aglio, c’era l’offerta alla Coop di tagli di scarto. Piccoli pezzetti di pollo, tocchetti di pancetta. Metto tutto dentro, qualche Oliva e il pomodoro.

Ho preso una piccola pianta di rosmarino, devo ricordarmi di farle un bel vaso, se lo merita perché profuma e mi fa allegria.

Scoppietta il fuoco, canto lento che ricorda l’infanzia.

Occorre tempo, sono stanco e ho lavorato tutto il giorno, ma ora spengo il cervello.

Non ho la connessione, cosa si fa senza Netflix? Semplice, rovisto nella mia biblioteca non ancora sistemata (si, finalmente ho una mia biblioteca, il sogno di una vita).

Gli anni del fuoco e della neve, l’ho letto da ragazzo ma lo riprendo in mano.

Aspetto le patate, il pollo va da sè, e mi ritrovo in Val d’Aosta, la guerra ridicola come tutte le guerre.

I nostri Alpini attaccano la Francia, una mossa stupida farlo sulle Alpi, suicida sul Monte Bianco. Sento il peso della neve sotto le scarpe di tela, la mitragliatrice Beretta da 30 chili è una tortura, il comando del Col du Bonhimme è affidato a Giusto Gervasutti, “il fortissimo”. Il capitano Fabre e il tenete Lamberti attaccano sulla destra, sul colle del Gigante invece gli uomini di Renato Chabod. Nella zona delle Grandes Jiorasses c’era la compagnia di Boccalatte, al confine con la Svizzera Emanuele Andreis.

Più che un esercito, un raduno dei più grandi alpinisti e sciatori italiani.

Il mio pollo è pronto, neanche lo tolgo dalla casseruola, sfrigola e profuma. In montagna come sarebbe? Bello il caldo nella pancia quando fuori tutto è bianco.

È buono ma troppo, continuo a leggere. La fame di un esercito abbandonato a se stesso, il rumore dei denti che sbattono tra loro nei tremori delle nevi eterne, mi sento in colpa e finisco tutto il mio piatto.

Aspetto a sparecchiare, cosa accadrà a Fabre e ai suoi? “È stata la prima esperienza di guerra. Il meno che se ne possa dire: demoralizzante”.

Uomini impavidi al soldo di un regime di cartapesta, vincono battaglie inutili, subiscono morti ancora più inutili. Ma da quel freddo, da quel disonore, il germe dell’inverno più lungo. Siamo partiti da lì, da una voglia di riscatto e dal rifiuto del ridicolo.

È arrivato il momento di mettere a posto, sabato mattina si lavora e devo dormire presto.

Il lavoro richiede disciplina, c’è un che di monastico nella professione come la intendo io, e i suoi riti che mi sono creato servono alla testa e al cuore.

È difficile curare, occorre un equilibrio che non sempre è scontato.

Che medico vuoi essere? Che uomo sei diventato? La solitudine è un peso e forse il silenzio fa paura?

Non so, per me restano al contrario due bellissime sirene tentatrici.

Quasi quasi la tv non la compro, quando mi ricapita di scappare via, leggere e scrivere senza pesi che anestetizzano? Quasi quasi penso alle montagne, ai rumori dimenticati, al balletto ripetuto delle mani che curano, che si riposano alla fine con poche cose. Quasi quasi mi affido a una patata da pelare, un fuoco che fa scaldare, un libro di avventure, esempi di uomini grandi e migliori, un altro giorno da trascorrere tentando di fare il proprio meglio e magari anche di più.

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